NOFX-“UnaVascaPerCesso e AltreStorie…”

Abbiamo preso qualche copia del libro Nofxiano appena uscito (luglio/agosto 2017, 352 pagine,Tsunami Ed.) perchè sono stati una band di hc melodico e blasfemo importante per la formazione di alcuni di noi , vecchi adolescenti dentro. Un’autobiografia biografata da aspirare a sorsate , a mo’ di (c)anal jet . Contattami per 1 copia, prezzo Tadca anti-crisi :info@tadcarecords.org  (Post Sapevatelo : Lo sapevate che i NoFx suonarono a El Paso Occupato nel -mi pare- 1992 o 91? E gli Offspring aprirono il concerto…). (P.s.2: suonano ancora forse? Nel mio giradischi di sicuro!)

 

Surgical Reviews Room -ApeUnit/Horsebastard “split”

Iniziamo oggi una sessione recensiva ad opera di collaboratori Tadca che avran voglia di prendere carta e penna (ops ,che obsoleto! intendevo ‘tastiera e uai-fai’) e spedircela previo accordo via mail. E’ uscito ‘sto titolo , Stanza delle Rece Chirugiche , poichè chi ha inaugurato questa Rubrica, ovvero Sam,  ha vivisezionato il disco in questione per una scientifica recensione attenta…è un pò lunghina ,ma è dovuto alla presenza di 2 bestie sonore da analizzare. Buon intervento dr.Sam, veterinary surgeon!

 

Tornano le scimmie, tornano in compagnia e lo fanno bene.
Ad accompagnare gli Ape Unit in questo nuovo tritacarne musicale ci pensano gli Horsebastard, un’ allegra combriccola di esagitati direttamente dalla mai troppo ridente Liverpool.

Iniziamo però con ordine.
Lo split, uscito in vinile il 30 Giugno 2017 e reperibile anche in digitale attraverso il sito Bandcamp delle due band, è composto da 11 pezzi: 5 per gli Ape Unit e 6 per gli Horsebastard.
La copertina è qualcosa di delirante e al contempo stupenda: una scimmia e un cavallo intenti a consumare chissà quale tipo di sostanza psicotropa mista ad alcool davanti a uno sfondo degno dei peggio trip tardo-hippie mal riusciti.
Il vinile è disponibile in due colorazioni, quella verde da vero super fan e quella nera per chi è arrivato in ritardo e si deve attaccare al cazzo, stampate rispettivamente in 150 e 350 copie.

Ok adesso che abbiamo sbrigato i convenevoli passiamo a ciò per cui probabilmente siete venuti fin qua. Com’è ‘sto disco? Bè, semplice, ottimo ma non (purtroppo) perfetto.

Gli Ape Unit sono probabilmente una delle band migliori tra tutte quelle che sono uscite negli ultimi dieci/quindici anni dal sottobosco Grind/PowerViolence/QuelCheCazzoÈ e ancora una volta ce lo ricordano.
La prima traccia, “Herbalife After Death”, presenta un’apertura strumentale un po’ come fu “Puberal Baphomet” per “Turd” ma in forma ridotta, com’è giusto che sia vista la lunghezza generale dell’opera.
Da questo punto in poi, fino all’ultimo beat, si viene presi letteralmente a calci in faccia: un rullante che pare un mitragliatore, urla dalla savana alternate a grugniti cavernosi, parti vocali compresse e strozzate degne di Cannella degli Affluente sotto steroidi, due chitarre che si mischiano e si separano abilmente passando tra accordi derivati direttamente dal jazz, intervalli quasi rock & roll e pura violenza musicale.
La qualità sonora è finalmente degna di loro, possiamo lasciarci indietro il semi low-fi (penso) voluto in “Unforgivable Holiday” (che pareva quasi volersi rifare a “Sound Of The Animal Kingdom” dei Brutal Thruth) per trovarsi un leggero passo avanti rispetto a “Turd” che, a mio avviso, poteva finalmente essere finalmente goduto senza limitazioni.
Ovvio però che, come ogni scimmia che si rispetti, anche questa ogni tanto tira un po’ di merda sui muri.
Due sole cose mi sento di criticare, sperando di venir ascoltato.
Prima di tutto: su cinque loro canzoni, tre partono con un urlo dopo una cortissima intro e questa cosa un po’ mi spiace perchè sembra quasi voler dire “Hey, una volta che partiamo poi ci riconosci perchè il nostro stile è molto originale, il punto è che non sappiamo bene come partire allora urliamo a caso”…. Davvero un grandissimo peccato perchè, se da un lato capisco che questa cosa per 3/4 della gente che sta leggendo sembri una stronzata, per me invece è un vero colpo al cuore in quanto denota un leggerissima pecca compositiva a ciò che è un lavoro di altissimo livello.
Poi, seconda ed ultima critica, il basso non ha un’identità vera e propria. Sta lì, si sente, c’è, ma non te ne accorgi finchè tutti non si calmano e non lo lasciano respirare nei vari bridge sparsi per la registrazione. Sicuramente sarebbe un enorme passo avanti se non si limitasse semplicemente a stare tra chitarre e batteria ma si buttasse in prima fila a gamba tesa collaborando nelle loro mattanze.

Ok ora freghiamocene dei detti e a questo caval donato guardiamo in bocca con la perizia di un dentista.
Una band a me sconosciuta, una recensione da fare e ancora troppo entusiasmo per questa scoperta, Horsebastard.
6 pezzi che scorrono, li senti che vanno avanti ma vorresti che tornassero indietro per poi ricominciare, meno di un minuto a ondata ma non una pausa tra una canzone e l’ altra.
La voce è un urlo acutissimo in lontanza che fa breccia tra tutto il marasma strumentale solo grazie al fatto che riesce a tagliarti le orecchie per quanto è affilata, le chitarre non sono sicuramente quelle degli Ape Unit, non sono studiate, non vogliono fare cose raffinate, semplicemente fanno casino ma lo fanno bene, il basso riesce a infilare piccole finezze quasi impercettibili ma che, una volta ascoltate ti fanno dire “Sì, è così che deve essere”.
POI LA BATTERIA, DIO MIO LA BATTERIA, se gli Ape Unit sono una Ferrari allora loro sono una Bugatti elaborata da quelli di Fast & Furious, robe che “Vin Diesel levati questa non fa per te”.Non è solo veloce ma è pure elaborata, non ci troviamo di fronte a un continuo martellare a cazzo di cane sul rullante (ho per caso sentito qualcuno dire “Last Day Of Humanity”? – Sì? – Bravi) ma ad un sali e scendi tra velocità improbabili e uno scrosciare di piatti pauroso.
Una volta sola sono stato così impressionato da tutto sto ben di dio ed è stato al concerto dei Chinsniffer a Caraglio (CN), così mi son messo a cercare come i veri nerd e, guardacaso, è sempre lui, quindi che dire? Complimentoni.
Pure loro hanno però bisogno di una bella tirata di orecchie.
Vanno bene i pezzi corti, lo capisco e lo condivido, ma non COSÌ corti, la canzone parte, inizia a prenderti, sta per arrivarti la botta e proprio sul più bello finisce. Solo “Rabbit Denier” non mi lascia questa sensazione, sarà forse per i vari rallentamenti che trovano spazio nella parte iniziale.
La voce poi a mio avviso poteva essere enfatizzata meglio, finchè tiene dei registri alti riesce a farsi spazio e a delineare la sua zona sicura ma appena prova a scendere viene abissata dal resto della band ed è in questi momenti che arriva ciò che non dovrebbe mai succedere: l’ascoltatore si perde. Fortunatamente tutto ciò dura troppo poco per essere colto se, come me, non si ascolta il lavoro con spirito parecchio critico.
Ultima cosa, e qui concludo, come già accennato in precedenza vorrei suggerire alla band di usare delle parti di chitarra leggermente più complesse, nulla di troppo elaborato, che rapisca l’ascoltatore così da non fargli mai perdere l’attenzione.QUINDI: Comprate questo disco, supportate queste band e andate ai loro concerti perchè loro sanno come far le cose e come farle bene, senza mai ridursi ai solti cliché della musica estrema che tanto mi stan sul cazzo.

-Sam

Mini-Intervista a : APE UNIT (back from U.s.a./Mexico)

Ciao Tadca fedeli , in anticipo rispetto al sifone di agosto vi (al) lego la MINI INTERVISTA alla squad ‘APE UNIT’ ,appena di ritorno dal tour americano 2017 ( 16 date!). 4 domande ampie e rispettive risposte complete di sensazioni a caldo nonchè di giudizi elaborati ad opera del frontman Mariano Somà, che ringrazio per la celere risposta!

1)TADCA: Partiamo dall’aspetto tecnico-logistico! Houston, poi ogni sera un live a centinaia di chilometri dal precedente(anche in Messico)…dormivate negli aeroporti ?

1)APE UNIT :Avessimo dormito negli aeroporti, saremmo stati da puciu: in verità il tour è stata una vera zingarata, una scorribanda post-hippy dallo spirito punk, ad opera di cinque barotti sulla trentina della Granda. Brian Chamblee, chitarrista dei texani Chest Pain, ci ha affittato il suo furgone (uno sgarrupato ma quantomai onorevole Ford in grado di fare il proprio dovere, malgrado una serie di limiti) per permetterci di poterci muovere in autonomia fra una città e l’altra. Potrei riassumere il tour così: sveglia, 6-10 ore di vita e bivacco sulla furga, pause cibo e pipì nel cuore del deserto a 45° di media, arrivo al locale, concerto, party, dormire dove la Provvidenza ci avrebbe voluto accogliere. Tra l’altro, una cosa veramente figa che mi è rimasta nel cuore è l’accoglienza e l’umanità del pubblico: non abbiamo speso un solo dollaro per dormire; ogni volta, spontaneamente, qualche ragazza o ragazzo presente ai nostri live ci chiedeva se avessimo un posto in cui passare la notte e, senza che chiedessimo nulla, ci offriva la propria casa. La cosa mi ha lasciato positivamente basito e umanamente colpito: da quelle parti i tour dei gruppi underground non sono eccezioni, ma all’ordine del giorno – ogni città è gigantesca ed è normalissimo che, anche solo all’interno dello stesso ambito musicale, in una stessa sera, vi siano più locali che presentano concerti di band dalle più disparate provenienze – e in molti ragazzi c’è una forma mentis d’accoglienza e d’aiuto decisamente diversa da quella delle nostre parti.

2)TADCA: Diteci qual è stata la migliore data e perchè, o anzi le 3 preferite da voi e dal pubblico…un aneddoto?

2)APE UNIT : Un altro aspetto per cui spezzo una lancia per gli USA – per quanto, non voglio essere retorico, sappiamo tutti, da europei, quali invece ne siano i limiti e le problematiche – è la ‘tradizione’ dei cosiddetti houseshows: esatto, il concerto nel salotto in casa. Quaranta fenomeni pressati fra giardinetto e living room, sudati, a pogare come se non ci fosse un domani, mentre le band di turno fanno il loro, vicino al comodino col vaso di fiori e la foto di uncle Bob quando era in Vietnam. Zero vicini che protestano, zero sbirri che passano, zero burocrazia da rispettare; sempre divertimento, ovviamente, nel rispetto del prossimo e di tutta la neighbourhood. Ho toccato questo argomento perché, benché avessimo diverse date nei classici club, il meglio l’abbiamo dato sempre nei contesti più familiari, in particolare in questi houseshows; sicuramente due si giocano la palma del migliore, Victorville, città a un paio di ore di Los Angeles (California), e Flagstaff, a due passi dal Gran Canyon, in Arizona – due situazioni sudate, intense, appassionate (forse Flagstaff vince un po’ di più per taluni abusi di cui abbiamo potuto godere, ehehe!). Al terzo posto, lascerei un pari-merito generale con tutti gli altri live: nella media, fra alti e bassi, stanchezza, poca confidenza con la strumentazione affittata, timidezza, emozione, etc. ce la siamo sempre e comunque cavata.

Quindi vorresti anche un aneddoto? Ma uno solo! Per non tediarvi mi lancerò con un elenco, cosa che fa molto figo nei blog oggigiorno:

1- Phoenix, AZ: la casa del pazzo che registra gruppi crust alle 4 del mattino e ha una “stanza del piacere” vicino alla cucina che farebbe invidia al Marchese De Sade;

2- Saguaro National Park, AZ: Steve e la tarantola;

3- Los Angeles, CA: Shirley e Dennis, la coppia più bella e gentile del mondo – siamo ancora in imbarazzo per le troppe volte in cui ci hanno ospitato e coccolato nelle nostre date californiane;

4- Tijuana, MX: qualcuno si ricorda qualcosa di quella data? Il giorno dopo il concerto, uno dei nostri accompagnatori ha trovato uno scarrafone cotto nel riso che aveva ordinato nel ristorante in cui stavamo mangiando. La cameriera non ha detto nulla, ma ha reagito con un’espressione del tipo “Chiedo scusa, adesso ne metto uno anche nel piatto dei tuoi amici!”…

5- Scoprire che la musica folk messicana è identica al liscio di Raoul Casadei ma con le lyrics in spagnolo – non scherzo: https://www.youtube.com/watch?v=VqoCk_mTdTs

6- Dallas, TX: l’ospitalità, la dolcezza, i gatti molesti e il bagno improbabile di una crustie tanto carina, ma abbastanza girl power da non depilarsi MAI;

7- San Antonio, TX: la prima domanda che ci ha fatto il primo musicista locale che abbiamo conosciuto, la cantante della punk band in apertura, è stata: “So, you guys are anarchists?”. Un bel modo per rompere il ghiaccio; vista la mia natura sociopatico, potrei usarla anch’io… Ah, la sera stessa è venuto, a sorpresa, a trovarci un vip del calibro di Kevin Talley e mi ha pure fatto il solletico mentre cercavo una t-shirt commemorativa del tour per lui.

8- Crockett County, TX: perquisa degli sbirri, che hanno circondato il furgone con tre volanti. ‘Sti redneck in divisa non avevano mai visto dei non-americani: erano in imbarazzo davanti a passaporti e patenti internazionali di guida, ci hanno classificati come ispanoamericani (nonostante i passaporti dicessero ‘Italia’ ovunque; per non citare il fatto che alcuni di noi hanno i capelli piuttosto chiari e gli occhi azzurri… True Mexican, insomma!) nel loro verbale e temevano fossimo minacce all’ordine mondiale. All Cops Are Bastards, a qualunque latitudine.

3)TADCA: Immaginario collettivo: la metropoli americana è quello che ci si aspetta dai telefilms? Biochetasi post junk food overdose ne avevate in valigia? (avevate la valigia?)

3) A.U. : Effettivamente film e telefilm, a livello di iconografia statunitense, dicono un buon 75% di quello che si vede una volta sul posto, benché, comunque, la vita reale e l’esperienza aggiungano qualcosa di più: là le metropoli e le città intese come enormi agglomerati per fornire servizi E BASTA (zero cultura, zero musei, zero riferimenti paesaggistici storici) hanno senso d’esistere, per il fatto che, fra una città e l’altra, talora c’è il nulla (neanche un guardrail) anche per per 4-5 ore di viaggio, quindi l’ammassamento di beni per un’overdose di civilizzazione è una necessità reale. Una cosa che distrugge la salute più del junk food – so che per noi italiani è blasfemia, ma, oh, le cose chimiche son fatte così chimicamente ad arte da essere veramente buone! – è l’aria condizionata: abbiamo passato due settimane abbondanti nel deserto, fra i 40° e i 50° pressoché costanti; appena si andava in un locale al chiuso – dal baretto della stazione di servizio, all’ufficio postale, al cesso pubblico, alla casa privata, al locale in cui suonare –  trionfava l’aria condizionata. E negli USA se non metti l’aria condizionata in modalità Polo Sud il 24 dicembre sei una mezza sega. Sicché cagotto, mucose nasali dure e gialle come pepite d’oro, mal di testa e raffreddori e tossi cavalline fuori stagione sono stati i nostri peggiori nemici. Per fortuna Umbi, il nostro bassista, aveva abbastanza medicine dietro da salvare il 50% dei bambini dell’Africa e siamo ritornati a casa meno malconci di quanto credessimo, nonostante qualche piccolo imprevisto.

4)TADCA: Ultima domandina riassuntiva: le aspettative su questo tour oltreoceano: esaudite?  (4bis:  Ndo’ sta Gabicce Mare?) Grazie per la disponibilità, a presto!

A.U. : Sebbene due di noi (Los, uno dei chitarristi, e il sottoscritto, Mariano, voce) avessero già avuto un’esperienza di un tour statunitense nel 2010, con un’altra band e un contesto di scena e musica totalmente differente, l’approccio a questa situazione era una novità per tutti. Certo, talune dinamiche legate alla cultura locale erano pressoché le stesse e erano invariate, per quanto facesse sempre un certo effetto vederle ‘sul campo’; dal punto di vista delle soddisfazioni musicali, confesso di essere andato senza aspettarmi nulla di speciale, giacché volevo semplicemente godermi l’unicità dell’esperienza e trovare il modo di fare al meglio la mia parte sul palco, malgrado le difficoltà che ci sarebbero state. Beh. Col senno di poi, sono felicissimo: abbiamo ricevuto un sostegno, un appoggio e una risposta come non mai; non voglio sembrare il banfone-piscialungo-che se la tira della situazione, ma, anche nelle date più scacce, con meno gente, vendevamo di più, rispetto a una data ‘ben riuscita’ in Italia. Ritorniamo con una bella lezione d’attitudine e d’umiltà: spesso ci facciamo un sacco di paranoie, quando dobbiamo invitare band da fuori (regione, paese, nazione, continente), quando invece basterebbero il sostegno, l’entusiasmo e la voglia di fare. Le date migliori sono uscite nei posti più ‘umili’ e all’apparenza meno interessanti, nei quali, però, l’umanità brillava nei suoi aspetti migliori.

Mi auguro di cuore di poter ritornare da quelle parti e sento di augurare a tutte le band che conosco di poter fare un’esperienza simile, giacché, perdonatemi la retorica, le parole non bastano per descrivere un contesto così unico.

Redondo Beach is the new Spotorno!

Grazie Mariano, e a presto!

Ape Unit U.S. tour

I nostri beniamini cuneesi ApeUnit, grindiosi come sempre , han svelato da poco il loro tour americano, la cui esperienza ci racconteranno presto con una mini intervista delle nostre, al loro rientro…Texas,California,Messico,Arizona…se passate da quelle party..A novembre suoneranno anche qui, a El Paso, ma stavolta ‘TO’, non ‘TX’, insieme ad altre bands anche da fuori Piemonte. Evento che ci permette di collaborare con Scatti Vorticosi Rec., oltre che l’insaziabile Paso. Stay tuned