Surgical Reviews Room – Cibo”Capolavoro”

Round three! Ecco qui la Rece Chirurgica dell’ ultimo vinile dei torinesi CIBO. Come sempre la scelta recensiva è tutt’altro che casuale : in vista del 23 Dicembre ,per il Barbatrucchi evento di Cuneo, volevamo presentarvi i gusti degli special guest CIBO ,affiancati dagli special host LA MACABRA MOKA. Questo disco per me è letteralmente un Capolavoro, ma non sono io a fare la recensione, bensì il giovane Dr.Sam ,col suo inossidabile bisturi . Per cui: …”Bisturi!”.

7 Febbraio 2015, Torino, Spazio 211, Cripple Bastards con una chitarra in più, un nuovo batterista e un album appena uscito… il pienone. Non ci si poteva quindi risparmiare sulle band d’apertura, nossignore, sia mai. Asozial e a seguire Cibo

Oh Dio onnipotente, quanta bellezza nel vedere una suora con una croce capovolta stampata in faccia urlare in un microfono…. Passano due anni precisi da quella data ed esce “Capolavoro”. Punk Hardcore, Stoner e Rock, vengono impastati amabilmente dalle tenere mani della goliardia.

Il risultato finale vede la propria rappresentazione grafica nella splendida copertina dell’ album: un bellissimo mandala con al centro un occhio inquisitore, cattivo, rosso che ti osserva, Torquemada? Peggio. Ecco come risulta la proposta musicale: una grande varietà di suoni, generi, toni che riescono a essere sempre coerenti tra di loro, dai momenti più melodici e disimpegnati fino al più completo delirio. Tutto ciò è sicuramente merito dell’ elasticità delle voci, di un background strumentale non tanto tecnico quanto efficace e di un ottimo studio della tracklist. Ok, secondo me “ICSFCLD” poteva esser tranquillamente segata via, ma chi sono io per deciderlo? Una canzone che non è bella, piace. Le tematiche sono quanto di più inaspettato e originale, una canzone sul dimenticarsi il pin del bancomat potrebbe trovare l’ approvazione pure di una madre ma non fermatevi alla facciata, dietro a queste storielle raccontate alla bene e meglio si nasconde un geniale songwriting e un grande spirito di osservazione critica.

Poi dai, chi si sarebbe mai aspettato di trovarsi piantato in testa”GADROGADROGADROGADROGADROGADRO”? Io no di certo e non son manco sicuro che sia una cosa buona per la mia igiene mentale, ma sorvoliamo.

Onestamente però, vista soprattutto la qualità dei pezzi, mi aspettavo una miglior registrazione, sicuramente migliorata rispetto ai lavori precedenti ma che ancora non spicca per qualità. Questo è un album che è destinato ad emergere, nettamente sopra la media dei progetti che mi passano tra le mani in questo periodo e, secondo me, un buon trampolino per una band che merita più di ciò che sta ricevendo. Aspetto con ansia la prossima uscita. Molta ansia. Troppa ansia. Quanta ansia.

Sam

 

Surgical Reviews Room -Zona D’Ombra “Unica dimensione di vuoto”

Secondo round per Surgical Reviews , questa volta tocca ai ZONA D’OMBRA di Como con la loro ultima uscita del 2017 da cinque pezzi . La scelta è dovuta al fatto che vogliamo promuovere tutti e 4  i gruppi del 18 novembre a EL PASO (Tadca + Scatti Vorticosi HC Night), dunque loro insieme ai nostri cuneesi ApeUnit ,i torinesi/brasiliani Jx Arket e i savonesi Gli Altri. Sarà un evento eterogeneo ,con tanto sudore e passione in comune . La Rece è ad opera del Dr. Sam come l’altra volta, ma la Sala Rece Chirurgica è aperta a tutti gli associati. Buona lettura!

 

La seconda volta è sempre la più difficile, ecco perchè mi è stato dato il compito di recensire questo disco.
Impegnativo, di spessore, per certi versi quasi sperimentale e molto personale, così si presenta l’ ultimo lavoro degli Zona D’ Ombra.
“Unica Dimensione Di Vuoto” è un EP di 5 canzoni in puro stile HC che ricorda molto il sound degli Attrito con una leggerissima influenza post-hc nel modo di impostare i bridge.
La velocità certo non manca, apparte per l’intro della prima traccia che potrebbe trarre in inganno. Le canzoni sono composte in modo che tutto il lavoro possa scorrere senza interruzioni, quasi come se si fosse voluto creare un enorme Medley, davvero notevole e apprezzato.
Non fatevi però strane idee, dei rallentamenti ci sono, ma piazzati nei punti giusti e mai scontati, non siamo di fronte alle classiche interruzioni in cui emerge solo il basso per poi far ripartire il tutto come prima, quà le cose son diverse, più immediate ma, allo stesso tempo, molto più efficaci.
L’ aria che si respira pare quasi quella di un concept album, un trattato su come il malessere interiore si rifletta sul nostro vivere e sul nostro agire, i testi, infatti, per quanto chiari necessitano sempre di essere elaborati personalmente.
Questo se per alcuni è un bene per altri potrebbe risultare un po’ acerbo perchè non si amalgama perfettamente con la strada che intraprende il settore strumentale.
Seconda piccola nota di demerito per la voce, troppo piatta e monocromatica, ma non per questo sgradevole, avrei solo preferito un minimo di variazione in più sul tema.

Quindi che dire? Bravi, vi avessi conosciuto prima probabilmente questo lavoro avrebbe preso il posto che nel mio cuoricino adesso spetta a “Metamorfosi” dei Congegno, tanto di cappello.

Sam

Surgical Reviews Room -ApeUnit/Horsebastard “split”

Iniziamo oggi una sessione recensiva ad opera di collaboratori Tadca che avran voglia di prendere carta e penna (ops ,che obsoleto! intendevo ‘tastiera e uai-fai’) e spedircela previo accordo via mail. E’ uscito ‘sto titolo , Stanza delle Rece Chirugiche , poichè chi ha inaugurato questa Rubrica, ovvero Sam,  ha vivisezionato il disco in questione per una scientifica recensione attenta…è un pò lunghina ,ma è dovuto alla presenza di 2 bestie sonore da analizzare. Buon intervento dr.Sam, veterinary surgeon!

 

Tornano le scimmie, tornano in compagnia e lo fanno bene.
Ad accompagnare gli Ape Unit in questo nuovo tritacarne musicale ci pensano gli Horsebastard, un’ allegra combriccola di esagitati direttamente dalla mai troppo ridente Liverpool.

Iniziamo però con ordine.
Lo split, uscito in vinile il 30 Giugno 2017 e reperibile anche in digitale attraverso il sito Bandcamp delle due band, è composto da 11 pezzi: 5 per gli Ape Unit e 6 per gli Horsebastard.
La copertina è qualcosa di delirante e al contempo stupenda: una scimmia e un cavallo intenti a consumare chissà quale tipo di sostanza psicotropa mista ad alcool davanti a uno sfondo degno dei peggio trip tardo-hippie mal riusciti.
Il vinile è disponibile in due colorazioni, quella verde da vero super fan e quella nera per chi è arrivato in ritardo e si deve attaccare al cazzo, stampate rispettivamente in 150 e 350 copie.

Ok adesso che abbiamo sbrigato i convenevoli passiamo a ciò per cui probabilmente siete venuti fin qua. Com’è ‘sto disco? Bè, semplice, ottimo ma non (purtroppo) perfetto.

Gli Ape Unit sono probabilmente una delle band migliori tra tutte quelle che sono uscite negli ultimi dieci/quindici anni dal sottobosco Grind/PowerViolence/QuelCheCazzoÈ e ancora una volta ce lo ricordano.
La prima traccia, “Herbalife After Death”, presenta un’apertura strumentale un po’ come fu “Puberal Baphomet” per “Turd” ma in forma ridotta, com’è giusto che sia vista la lunghezza generale dell’opera.
Da questo punto in poi, fino all’ultimo beat, si viene presi letteralmente a calci in faccia: un rullante che pare un mitragliatore, urla dalla savana alternate a grugniti cavernosi, parti vocali compresse e strozzate degne di Cannella degli Affluente sotto steroidi, due chitarre che si mischiano e si separano abilmente passando tra accordi derivati direttamente dal jazz, intervalli quasi rock & roll e pura violenza musicale.
La qualità sonora è finalmente degna di loro, possiamo lasciarci indietro il semi low-fi (penso) voluto in “Unforgivable Holiday” (che pareva quasi volersi rifare a “Sound Of The Animal Kingdom” dei Brutal Thruth) per trovarsi un leggero passo avanti rispetto a “Turd” che, a mio avviso, poteva finalmente essere finalmente goduto senza limitazioni.
Ovvio però che, come ogni scimmia che si rispetti, anche questa ogni tanto tira un po’ di merda sui muri.
Due sole cose mi sento di criticare, sperando di venir ascoltato.
Prima di tutto: su cinque loro canzoni, tre partono con un urlo dopo una cortissima intro e questa cosa un po’ mi spiace perchè sembra quasi voler dire “Hey, una volta che partiamo poi ci riconosci perchè il nostro stile è molto originale, il punto è che non sappiamo bene come partire allora urliamo a caso”…. Davvero un grandissimo peccato perchè, se da un lato capisco che questa cosa per 3/4 della gente che sta leggendo sembri una stronzata, per me invece è un vero colpo al cuore in quanto denota un leggerissima pecca compositiva a ciò che è un lavoro di altissimo livello.
Poi, seconda ed ultima critica, il basso non ha un’identità vera e propria. Sta lì, si sente, c’è, ma non te ne accorgi finchè tutti non si calmano e non lo lasciano respirare nei vari bridge sparsi per la registrazione. Sicuramente sarebbe un enorme passo avanti se non si limitasse semplicemente a stare tra chitarre e batteria ma si buttasse in prima fila a gamba tesa collaborando nelle loro mattanze.

Ok ora freghiamocene dei detti e a questo caval donato guardiamo in bocca con la perizia di un dentista.
Una band a me sconosciuta, una recensione da fare e ancora troppo entusiasmo per questa scoperta, Horsebastard.
6 pezzi che scorrono, li senti che vanno avanti ma vorresti che tornassero indietro per poi ricominciare, meno di un minuto a ondata ma non una pausa tra una canzone e l’ altra.
La voce è un urlo acutissimo in lontanza che fa breccia tra tutto il marasma strumentale solo grazie al fatto che riesce a tagliarti le orecchie per quanto è affilata, le chitarre non sono sicuramente quelle degli Ape Unit, non sono studiate, non vogliono fare cose raffinate, semplicemente fanno casino ma lo fanno bene, il basso riesce a infilare piccole finezze quasi impercettibili ma che, una volta ascoltate ti fanno dire “Sì, è così che deve essere”.
POI LA BATTERIA, DIO MIO LA BATTERIA, se gli Ape Unit sono una Ferrari allora loro sono una Bugatti elaborata da quelli di Fast & Furious, robe che “Vin Diesel levati questa non fa per te”.Non è solo veloce ma è pure elaborata, non ci troviamo di fronte a un continuo martellare a cazzo di cane sul rullante (ho per caso sentito qualcuno dire “Last Day Of Humanity”? – Sì? – Bravi) ma ad un sali e scendi tra velocità improbabili e uno scrosciare di piatti pauroso.
Una volta sola sono stato così impressionato da tutto sto ben di dio ed è stato al concerto dei Chinsniffer a Caraglio (CN), così mi son messo a cercare come i veri nerd e, guardacaso, è sempre lui, quindi che dire? Complimentoni.
Pure loro hanno però bisogno di una bella tirata di orecchie.
Vanno bene i pezzi corti, lo capisco e lo condivido, ma non COSÌ corti, la canzone parte, inizia a prenderti, sta per arrivarti la botta e proprio sul più bello finisce. Solo “Rabbit Denier” non mi lascia questa sensazione, sarà forse per i vari rallentamenti che trovano spazio nella parte iniziale.
La voce poi a mio avviso poteva essere enfatizzata meglio, finchè tiene dei registri alti riesce a farsi spazio e a delineare la sua zona sicura ma appena prova a scendere viene abissata dal resto della band ed è in questi momenti che arriva ciò che non dovrebbe mai succedere: l’ascoltatore si perde. Fortunatamente tutto ciò dura troppo poco per essere colto se, come me, non si ascolta il lavoro con spirito parecchio critico.
Ultima cosa, e qui concludo, come già accennato in precedenza vorrei suggerire alla band di usare delle parti di chitarra leggermente più complesse, nulla di troppo elaborato, che rapisca l’ascoltatore così da non fargli mai perdere l’attenzione.QUINDI: Comprate questo disco, supportate queste band e andate ai loro concerti perchè loro sanno come far le cose e come farle bene, senza mai ridursi ai solti cliché della musica estrema che tanto mi stan sul cazzo.

-Sam