Surgical Reviews Room – In Mancanza D’Altro “s/t”

Siamo alla quinta recensione del chirurgo Sam, o sbaglio?  Bene, teniamo a precisare che codeste recensioni su dischi usciti da poco, siano essi su supporto vinile o compactdisc -nonchè magari solo ,ahinoi, digitale- sono delle attente analisi  principalmente sulle musiche degli stessi.  Quindi il Dr.Sam solitamente vomita  tutto il suo sapere tecnico su aspetti compositivi , scelte stilistiche e arrangiamenti che a me personalmente sfuggono, perchè vado più di pancia , no di bisturi, e questo mi interessava integrare sul sito Tadca. Certo che i testi sono fondamentali ! Il punto di vista del Dr.Sam rimane quello di colui che ascolta la voce intesa come strumento. Tutte le frasi con i significati nascosti e le ironie e i sarcasmi e le allusioni e il-detto-non-detto con cui i testi spesso comunicano aprirebbero un capitolo recensivo a parte, di pancia o di bisturi che sia…N.b.: il cantato che sentite su questo disco, ad opera di Bongi ex-Confusione,Memento Mori ecc. ecc. in futuro non ci sarà più, purtroppo: il gruppo , orfano del frontman, continuerà a sbraitare parole attraverso il chitarrista col theremin ,Gianluca . Avanti tutta!

Alla fine le note musicali sono 7, non puoi crearne dal nulla e devi arrangiarti con ciò che hai tra le dita. Questo è il motivo per cui la stragrande maggioranza dei lavori là fuori non riescono a suonare in modo differente dal resto: perchè non sono differenti. Cambia il ritmo, il tempo, i suoni, fa quello che cazzo ti pare ma se le note son quelle,bè, sono quelle. A meno che non si voglia fare il jazzista dell’ultima ora in questo periodo la soluzione è unire, variare, volare basso, guardare oltre e poi variare ancora. Ecco la parola chiave di questo disco. In Mancanza D’Altro ha deciso di non avere una gabbia, lo stile varia dall’ HC tupa tupa fino a blast beat grind e così anche i testi, da quello ironico e dal significato quasi nascosto alle invettive gratuite contro tutti. Lo spirito di tutto il lavoro resta sempre improntato non tanto sul non prendersi sul serio quanto più sul non ricercare la seriosità assoluta. Siamo circondati da gruppi che credono che per fare la storia e colpire fino in fondo serva usare parole colte e ricercate buttate alla cazzo nella speranza di creare qualcosa di memorabile ma non è così, capitelo.

L’HC a Torino non è mai morto, a volte si addormenta, altre si sveglia ed altre ancora è in coma etilico buttato in qualche angolo ma, quando vuole, riesce ancora a farsi sentire e questa ne è la prova. Non siamo di fronte a un capolavoro e non credo che sia questa la pretesa dell’ album. Quello che abbiamo tra le mani è un prodotto ottimo che trova la sua culla tra tutti coloro che, come me, cercano la sostanza senza fronzoli. Dai mid-tempo ai blast beat senza pensarci due volte, la voce compatta e strozzata segue la batteria trasformandosi in un urlo fine, ricordando in questo i Diorrhea (So che qualcuno di voi li conosce, non deludetemi). Basso e chitarra hanno un’attitudine molto ’90 e questo potrebbe far storcere il naso a certi anche se, devo dire, pur preferendo toni più distorti e compressi, questa volta non mi posso lamentare. È quindi finalmente arrivata una buona uscita che, pur non discostandosi da quello che vogliono i “ragazzi del mucchio”, ha la voglia di guardare oltre i soliti confini, scegliendo gli spazi giusti, senza invaderli, ma importandone il bene. Bravi!

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